Quando il prete e la suora erano in tutte le case

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Camera da letto. In primo piano scaldaletto detto “prete”, struttura in legno con scaldino per la brace. Museo Etnologico Monza e Brianza

Stamattina a lezione a Medicina abbiamo avuto il Prof. Giuseppe Fatati, Presidente della Associazione di Dietetica e Nutrizione clinica. Fatati ha parlato di obesità e delle sue complicanze, di meccanismi molecolari e del ruolo dei fattori ambientali.
Bene, magari vi sembrerà strampalata, ma una delle teorie proposte per spiegare l’aumento dell’obesità anche nella società italiana, è che nelle nostre case abbiamo il riscaldamento e la temperatura ambiente elevata. Questo non favorisce lo sviluppo e il funzionamento di un tessuto che si chiama tessuto adiposo bruno che è deputato a produrre calore.

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Fatati è finito così a parlare anche di “prete” e “suore”. Cos’erano le “suore“? Erano gli scaldini bassi a bocca larga con un manico, entro i quali venivano sistemate le braci tolte dalla cucina economica o dalla “rôla”, con le quali si scaldava il letto. Ma la “suora” a nulla serviva da sola: essa veniva utilizzata entro un arnese fatto di legni incurvati, una specie di ponte che permetteva allo scaldino di svolgere le sue funzioni tra le lenzuola, senza bruciarle. Questo arnese, dalla fantasia popolare che è sempre dissacratoria nelle sue definizioni, veniva chiamato con nome che doveva costituire ad un tempo completamento ed opposizione dello scaldino, il quale era appunto la “suora”, per cui “prete” dissero l’aggeggio che permetteva il riscaldamento serale dei letti, in stanze gelate (1).

Insomma era meglio quando in casa faceva più freddo e ci si scaldava con il prete e con la suora di cui appunto ha parlato il prof. Fatati? Non solo una curiosità, ma ci sono anche fondamenta scientifiche.

Cosa ne dite? Adesso che sapete questa cosa, vi viene la tentazione di spegnere la caldaia e di cercare in soffitta un vecchio scaldino?

3 pensieri riguardo “Quando il prete e la suora erano in tutte le case

  1. E adesso me lo dici!! Ad un certo punto, avevo sette otto anni, ci trasferimmo da una delle case popolari degli anni venti, con soffitti alti e senza riscaldamento centrale, in una moderna palazzina con i termosifoni. Bene, non solo ebi mal di testa per una buona mesata, prima di “acclimatarmi” ma misi su qualche chiletto: “il grasso del cucciolo” diceva mia nonna quando mi rivedeva, “no, é la temperatura,
    stanno troppo al caldo” la correggeva mio nonno. “Che c’entra il caldo, non c’entra niente, i temosifoni fanno mica ingrassare..” rispondeva nonna. “No, i termosifoni fanno umido e l’umido rimane dentro.”
    ribadiva nonno – “ricordatevi di aprire porte e finestre perlomeno due volte al giorno.” La scena si svolge anni 1957-58 a Roma che problemi di temperatura ne ha solo per pochi giorni di inverno quando tira “la giannetta”, la tramontana. E nonno che era “solo” maestro elementare, come le sapeva queste cose ?…..

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  2. E poi qualche considerazione socioeconomica di quando stavamo “peggio”. Ovviamente tutti questi servizi erano prestati da gente che economicamente non stava certo bene, peró da da pensare e forse vale come riflessione anche sul tema del consumo energetico:

    Ogni mattina alle sei passava il “monnezzaro” e svuotava il secchio della mondezza che la sera prima le famiglie avevano messo fuori la porta. Noi abitavamo al quinto piano e lo scarcassare metallico dei
    secchi era la sveglia del palazzo.

    Con scadenze settimanali quasi precise bussavano alla porta l’uomo he vendeva formaggi, e “la corriera” che veniva con olio ed uova dalla vicina campagna. Oggi regole igieniche e HACCP renderebbero la cosa impossibile, ma a parte che nessuno di noi ne dei vicini c’é mai morto, vuoi mettere il servizio ? la qualitá era anche ottima e l’ unica volta che ho sentito mio nonno sgridare il formaggiaio era quando
    propose un formaggino spalmabile ( Tigre ?) con abbinato un giocattolino di plastica : ” qui di spalmabile c’é solo una cinquina, se ti azzardi un’altra volta a portarci queste zozzerie”. Cambiavano i tempi ed il formaggiaio doveva adattarsi, ma fu anche l’ ultima volta che si azzardo´a proporre altro che pecorino, caciotte e Parmigiano Reggiano!

    Noi avevamo i fornelli del gas ma non il forno. E come noi quasi tutti i vicini. La domenica mattina c’éra la processione al Vapoforno, dove il fornaio metteva a disposizione il caldo residuo della panificazione notturna alle famiglie che portavano a cuocere il pranzo della domenica: chi lasagne, chi arrosti, chi patate. E all’ una ci si rincontrava per andare a ritirare la “tiella” pronta e tutti ispezionavano le preparazioni dei vicini “Ah sora Ro´nun é che ciavete messo un po’ troppo rosmarino ?..” “ih che bbono sto capretto” E finiva spesso in un assaggiare
    reciproco quasi per esame e per approvazione, una patata, un pizzico di lasagna, un po´d’arrosto.

    A parte l’elemento di sano vicinato e l’educazione alimentare, vuoi mettere il risparmio energetico ?
    certo: erano le donne (o noi regazzetti) che avevamo tempo
    e la condizione della donna e´fortunatamente cambiata. Ma il dubbio rimane se siamo diventati troppo ricchi da potercerlo permettere, di essere ricchi, o se stavamo peggio quando stavamo peggio…..

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