Com'era al tempo dei nonni

Come avevamo scritto precedentemente, in passato, nelle case si usava il “prete” per scaldare i letti durante l’inverno. Oggi abbiamo ricevuto una narrazione del piccolo Andrea, il figlio della nostra carissima amica Letizia che a solo otto anni ci racconta come era la vita negli anni quaranta, al tempi in cui i suoi nonni erano giovani. Una bella raccolta di aneddoti, e ci conferma che anche a casa sua d’inverno ci si scaldava con il “prete” e la “suora”. A voi,

I miei nonni mi raccontano…di Andrea Lucchetta

Io ho ancora quattro nonni: due che vivono con me e due che vivono in Calabria.

Quelli che vivono con me si chiamano nonna Orietta e nonno Gianfranco. Nonna è nata a Jesi il 30 maggio 1939 mentre nonno è nato a Roma l’11 aprile 1938. Sono quasi coetanei e la loro storia è comune.

Capita spesso che nonna mi racconti episodi della sua vita da bambina, mentre conosco un po’ meno la storia di nonno. Nonna a volte mi fa vedere qualche documento, ad esempio le sue pagelle o alcune foto.

Ho notato che molte cose sono diverse rispetto ad oggi: il modo di fare la spesa, lo stile di vita, l’uso di elettrodomestici e altre cose.

Quando nonna era piccola, diverso era il modo di fare la spesa. Non c’erano infatti i supermercati o i centri commerciali ma i vari prodotti venivano acquistati in piccoli specifici negozi come la macelleria, il forno e la drogheria. Quest’ultimo è un negozio particolare dove era possibile comprare la conserva per fare il sugo, la pasta sfusa, gli affettati, lo zucchero, il caffè, le spezie e perfino l’alcol per fare distillati e liquori in casa per le feste natalizie. Fili, aghi, spille e fettucce venivano invece acquistati nelle mercerie. Alcune cose venivano invece portate a casa come ad esempio il latte. Il lattaio alla mattina con la bicicletta riempiva i contenitori che venivano lasciati davanti al portone. Occasionalmente passava un signore che sempre in bicicletta vendeva saponette profumate, merletti e fili. In estate nel pomeriggio, c’erano i Veneziani, due signori che guidavano la navetta. Era un tandem con, al posto del cestino, un grosso contenitore per il gelato. Un cono costava solo 10 lire. Spesso capitava che per il caldo il gelato si scioglieva e i Veneziani invitavano i bambini a portare un bicchiere.

Oltre al modo di fare la spesa era diverso anche lo stile di vita. Molte cose venivano preparate in casa vestiti, liquori e alimenti. Ad esempio la pasta, tagliatelle, cappelletti oppure la lavorazione della carne di maiale per fare prosciutti, salsicce, salami e grasselli da mettere nella pizza sempre fatta in casa.
A volte si faceva anche il sapone. Si acquistava dal macellaio il grasso di maiale che poi veniva fatto bollire con soda per ottenere sapone per lavarsi e fare il bucato.
C’erano anche numerose attività artigianali. Spesso si sentiva gridare in strada l’ombrellaio che aggiustava gli ombrelli oppure l’arrotino che affilava coltelli e forbici. Passava anche il conciabrocche, un uomo che riparava pentole di coccio, brocche e piatti. C’erano poi lo stagnaro, i cordari, i saponari e i calzolai.
Anche alcune attività industriali c’erano a Jesi in quegli anni. La mia bisnonna – Angela – lavorava i fiammiferi alla SAFFA. C’era anche la lavorazione dei bachi da seta e della barbabietola da zucchero. Mio nonno Franco a circa 18 anni lavorava allo zuccherificio ed era addetto alle tagliatrici delle barbabietole.

Le giornate trascorrevano al lavoro per gli adulti mentre i bambini andavano a scuola. La famiglia si ritrovava riunita sempre per il pranzo. La cena si faceva molto presto perché non c’era la luce e si andava a dormire alle 21.00 sopratutto d’inverno dato che mancava anche il riscaldamento.
In primavera e in estate i bambini giocavano in strada perché non c’erano pericoli.
Le strade non erano asfaltate ma erano bianche. I lampioni erano pochi ed erano fatti solo con una lampadina. A volte nonno con i suoi amici si divertiva a tirare i sassi per rompere la lampadina. In estate passava un camion per bagnare le strade così da non far alzare la polvere. Le macchine erano molto poche, non c’erano autobus. I mezzi di trasporto erano la bicicletta, la motocicletta e il sidecar.

I pasti erano molto frugali: a pranzo si mangiava brodo di carne o pasta (lardo sofritto, maggiorana, acqua e sale), il secondo non c’era mai. Alla sera si mangiava la carne utilizzata per preparare il brodo del giorno oppure mortadella, raramente il pesce. Lo si acquistava infatti solo quando arrivava il pescivendolo Aldo che portava sardine e pesce azzurro. La cena d’inverno era costituita sopratutto da legumi. Si mangiavano molti contorni a base di patate, cavolfiori, insalate ed erbe di campo raccolte da zia Rosa. Sempre era presente la mela.
Le merende erano a base di panzanella, cioè pane – acetello e poco olio, oppure pane e mezzo pomodoro oppure pane, vino e zucchero. Il sabato era un giorno di festa. Nonna racconta che andava al forno dello zio Ercole per il bagno e dopo la doccia per tutti i nipotini erano pronte bamboline di ciambellone.
Alla domenica il pasto non era molto diverso. L’unica cosa che cambiava era la presenza della pasta, a volte fatta in casa, al posto del brodo.
Molto seguite erano le vigilie dove i pasti venivano saltati per rispettare il digiuno. Durante le feste di Natale, Pasqua e del Patrono i pasti diventavano invece più ricchi infatti comparivano carni arrostite e dolci fatti in casa come il ciambellone e le crostate. A carnevale si era soliti preparare castagnole e cicerchiata mentre a San Giuseppe si facevano i maritozzi.

Gli elettrodomestici non c’erano oppure erano molto rudimentali. Nessuno aveva la televisione in casa quindi si andava dal prete a vedere trasmissioni come ad esempio canzonissima o quiz con Mike Buongiorno. Quasi tutti avevano invece la radio per ascoltare le prime trasmissioni come ad esempio Bianco e Nero con Corrado e il Notiziario. Al posto dell’attuale stereo c’era il grammofono.
Non c’era la lavatrice e quindi il bucato veniva lavato a mano andando al lavatoio con i panni nella cesta e con il sapone fatto in casa.
Mancava anche il frigorifero così in estate per mantenere il burro ed avere acqua fresca si acquistava il ghiaccio da un venditore ambulante di nome Fume.

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Le case venivano riscaldate con stufe a legna o a carbone perché mancavano i termosifoni. D’inverno per scaldare il letto si usava il prete, cioè una struttura in legno dove si appoggiava un braciere. Alcuni usavano andare a letto con un bottiglione di acqua calda per scaldarsi.

I giocattoli erano poveri e molto spesso fatti a mano. La nonna teneva molto alle sue bambole di pezza. Ad 8 anni, per la Befana, ricevette una bambola di porcellana che ancora oggi conserva in casa. Successivamente arrivarono le prime bambole di celluloide. Ogni settembre alle fiere di San Settimio ne riceveva una nuova.
I giochi all’aria aperta erano fantasiosi e semplici. Campana, corda e nascondino erano i giochi preferiti da nonna Orietta mentre “a palline”, “figurine” e “battimuro”, cioè tiro del soldino sul muro, erano i giochi fatti da nonno Franco. Il suo gioco preferito era però, il gioco del pallone di pezza. Nonno sempre d’estate, con i suoi amici faceva anche la “corsa dei carioli”. I carioli erano costruiti da loro stessi bambini, prendendo i cuscinetti (ruote con palline) alla Savoia Marchetti.

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Raramente andavano al cinema pagando un biglietto di 15 lire oppure avendo guadagnato il timbro d’ingresso gratuito nella mano frequentando catechismo o facendo il chierichetto. La domenica nonna andava a messa e doveva indossare un velo in testa come tutte le donne.

Ai loro tempi c’erano scuole private e pubbliche. Nonna Orietta e nonno Franco hanno frequentato l’asilo e le scuole elementari private dalle Suore Giuseppine e al Collegio Pergolesi. Ogni anno dovevano sostenere un esame con una commissione giudicatrice della scuola pubblica.

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Indossavano grembiuli neri e non a scacchetti azzurri come il mio. Terminata la scuola elementare per iscriversi alla scuola media si doveva sostenere un esame di ammissione oppure si poteva scegliere di frequentare l’avviamento. La scuola media e l’avviamento avevano la stessa durata ma solo la scuola media abilitava ai licei o all’istituto tecnico commerciale o altri istituti.

L’anno successivo alla nascita dei miei nonni scoppiò la seconda guerra mondiale. Per loro fu piuttosto un gioco perché entrambi, molto piccoli, cambiarono casa e andarono a vivere in campagna insieme ad altre famiglie. Nonna racconta che le piaceva molto uscire al mattino per andare a governare i tacchini e i maiali insieme alle altre bambine. Si divertiva anche nel vedere i suoi genitori mietere il grano. L’unica cosa che ricorda con paura è il suono della sirena che avvertiva l’inizio di un bombardamento e quindi l’obbligo di ripararsi in un rifugio. Nonno non amava andare nei rifugi e quindi con suo zio rimaneva all’aria aperta cercando riparo sotto gli alberi.
Dopo 5 anni tornarono a casa perché la guerra era finita ma in città erano rimasti americani, inglesi e polacchi che essendo truppe amiche distribuivano ai bambini cioccolata, caramelle, di latte in polvere, chewingum e pane bianco.

5 pensieri riguardo “Com'era al tempo dei nonni

  1. complimenti bella mi son commosa.DAVVERO BRAVO BRAVO SOTTTOLINEATO !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! COMPLIMENTI !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!DAVVERO BELLA BRAVO BRAVISSIMO .

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